Sogni americani

1 MARZO
CALCIO

Tanti dollari spesi in Serie A, ma perché?

GUIDO BAGATTA

Sarò stupido, ma continuo a far fatica a capire. Con i compratori dello Spezia, sono sei gli “americani” che adesso possiedono una squadra di calcio nella serie A italiana. Le altre squadre a stelle e strisce, come saprete, sono Milan, Fiorentina, Parma, Roma e Bologna. Beh, direte voi, che cosa non comprende, il buon Guidone, riguardo a questa lista? Adesso ci arriviamo e, anche se non parliamo di una problematica “epocale” del nostro calcio, sono convinto che, fra poche righe, sarete d’accordo con quanto leggerete.

Partiamo dal fatto che il calcio italiano è facilmente definibile, come un “vuoto a perdere”, nel senso che, salvo rarissime occasioni (vedi Atalanta) nessuna squadra iscritta al nostro campionato di A ha dei bilanci in attivo. Anche le grandi, con alle spalle multinazionali come la Juventus, stanno facendo sempre più fatica a far quadrare i conti e credo che i numeri usciti, qualche giorno fa da Torino (oltre 150 milioni di passivo) lo dimostrino ampiamente.

E, badate bene, nel discorso che stiamo facendo, l’emergenza Covid, c’entra relativamente. Certo, senza le entrate del botteghino, le cose sono ovviamente peggiorate, ma andavano già male anche prima. Le “famose” plusvalenze (o minusvalenze) che avrebbero dovuto salvare il nostro calcio, adesso fanno sorridere tutti, dopo che, per anni, grazie a commercialisti ingegnosi, hanno tenuto a galla un qualcosa che doveva essere già abbondantemente andato a fondo.

Accertato che con il pallone, almeno in Italia, praticamente nessuno ci guadagna (a
differenza della Premier, in difficoltà anch’essa, ma con dei conti che nessuno, da noi, ha mai neppure sognato) ecco che possiamo cominciare a raccontarci le storie americane. Iniziamo ricordando un paio di cose sullo sport d’oltre oceano, che vi aiuteranno ad arrivare al mio punto del discorso.


Innanzitutto, ad oggi, nelle quattro leghe che fanno la differenza (NFL, NBA, MLB, NHL) alle quali aggiungiamo la MLS, non esiste la retrocessione, il che significa che nessuno rischia, a causa di un allenatore sbagliato o di una annata storta, di finire in una ipotetica serie B, vedendosi così dimezzati gli introiti. Poi, in America, i giocatori non si possono comprare ma (salvo rarissime eccezioni e per cifre molto relative, definite di compensazione) solo scambiare. Quindi niente plus o minus valenze. Ed ancora, cosa fondamentale, dall’altra parte del “laghetto”, non ci sono proprietari che hanno acquistato una franchigia solo per pura “passione”, ma tutta gente che lo ha fatto soprattutto per “business”, visto che da quelle parti lo sport è una industria e come tale deve produrre utili. E quando questi ultimi magari non sono diretti (nel senso di aumento di fatturato) lo diventano con la crescita esponenziale del valore della squadra.

Per capirci, prendete gli Houston Rockets: l’attuale proprietario Tillman Fertitta, quattro anni fa li ha pagati 2.2 miliardi di dollari. Cifra giudicata ai tempi folle, visto che “il venditore”, Leslie Alexander, 25 anni prima li aveva acquistati per circa un ventesimo. Bene, nel 2020, pochi giorni prima dello scoppio della pandemia, il valore dei Rockets era già salito a 2.5 miliardi, circa il 15% in più. Ovviamente, tutto questo, da noi non succede ne per le grandi, ma soprattutto per le piccole, se pensate che la Sampdoria non trova un acquirente (a meno che non spunti, anche qui, un americano dai flutti del Tigullio) che la paghi attorno ai 100 milioni di euro (suo valore stimato…) e che l’ultima offerta ricevuta e rifiutata da Ferrero, corrispondeva, più o meno, al valore di Lukaku. Un giocatore che vale quanto una squadra intera: ma di che cosa stiamo parlando?

Okay questo è il panorama per prepararvi al domandone e, magari, per aiutarmi a capire. Ma perché allora, se le cose stanno così, sei facoltosi statunitensi (cinque più un fondo tra i più famosi al mondo, per essere precisi) hanno investito, in totale, due miliardi di dollari sul mercato italiano, per un qualcosa che non produrrà mai utile, ma anzi, gli farà perdere sicuramente tanti soldi? Fino a qualche giorno fa, a questo quesito, quelli che sanno tutto, mi rispondevano in coro :”Non comprano solo la squadra in quanto tale, ma tutto il resto, come il diritto di costruire uno stadio, sviluppandoci attorno una vera e propria strategia commerciale…”

Peccato che adesso, per esempio, la Roma abbia rinunciato ufficialmente al progetto di Tordivalle, riservandosi di individuare in futuro un’altra area per il suo nuovo impianto. Il che, con i tempi italiani, significa una decina d’anni, tra tutto, se va bene. La stessa cosa la potremmo dire per la Fiorentina (nessun progetto ancora pronto per partire a breve) e per tutte le altre squadre… americanizzate. Sembra come se l’Italia del calcio, ma non solo, ai nuovi acquirenti della nostra Serie A, non l’abbia spiegata nessuno e gli stessi, da parte loro, non si siano nemmeno troppo informati di come stiano le cose dalle nostre parti. Peccato che però, i soldi, veri, questi ultimi ce li abbiano messi e ne dovranno mettere ancora tanti, continuando, nel frattempo a giocare in stadi come quello di Bologna, di Parma, di Firenze, di La Spezia che, in America sarebbero già stati abbattuti e ricostruiti tre volte, negli ultimi trent’anni. Ma si sa, il Bronx e Fiesole, tanto per dire, hanno davvero tanto in comune. O no?

GUIDO BAGATTA
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