Roma, patata bollente

30 APRILE
CALCIO/EUROPA LEAGUE

Il crollo in Europa League ha virtualmente chiuso la prima stagione di Dan Friedkin come proprietario del club giallorosso: la ricostruzione costerà tanti milioni al magnate statunitense.

GUIDO BAGATTA

Dan Friedkin è un signore che, secondo le recenti stime del settimanale specializzato “Forbes”, ha un patrimonio personale di quasi 4 miliardi di euro. Si, avete letto bene, la cifra è quella che l’imprenditore di Houston ha accumulato negli anni partendo dall’automotive come ricambista privilegiato del gruppo Toyota per poi espandersi come proprietario di numerose concessionarie dello stesso brand. Da li, il suo impero si è espanso nel mondo degli alberghi di lusso, dei campi da golf e di varie forme di intrattenimento.

Insomma il buon Dan si può davvero dire che si sia creato un vero e proprio impero del quale è capo assoluto, con qualche delega per i suoi figli, in particolare Ryan, il maggiore. Detto tutto questo, oggi più che mai, con la Roma praticamente fuori dalla Europa League ed in estrema difficoltà in campionato, c’è davvero da chiedersi perché, una persona che, almeno seguendo le cronache degli ultimi dieci anni, sia sempre stata estremamente avveduta nel mondo degli affari, abbia deciso di entrare in un business, come quello del calcio italiano, che è risaputo che, se vuoi giocartela ai massimi livelli, è un gigantesco vuoto a perdere.

Se poi questo “vuoto” si chiama AS Roma, le cose possono essere anche peggio di altre realtà, considerato che la squadra non ha uno stadio di proprietà, non è un brand a livello mondiale (ad oggi non rientra nelle prime 15 squadre del mondo a livello di percezione degli appassionati in generale) e si trascina da anni un debito che, secondo le ultime voci, avrebbe raggiunto e superato la soglia dei 200 milioni di euro. Il che significa che, se sommiamo questa cifra ai circa 450 milioni che lo stesso Friedkin avrebbe pagato a James Pallotta per prendersi il club, il totale supera abbondantemente il valore “attribuito” a tutte le altre squadre del nostro campionato di serie A, Juventus e (forse) Inter escluse.

Capirete che, scorrendo queste cifre, viene veramente da domandarsi, non solo per Friedkin, ma anche per tutti gli altri nord americani che hanno investito nel pallone italico, comprandosi un club (Spezia, Parma, Fiorentina, Milan, Venezia, Bologna) il perché lo abbiano realmente fatto. Lasciando da parte la passione per il nostro calcio (che in qualcuno forse ci sarà, ma in generale non credo proprio) ed avendo la certezza che ogni acquisto sia stato fatto nel pieno della legalità e della trasparenza finanziaria, resta la sensazione che un po’ tutti loro ci abbiano….provato, nel senso di spingersi alla conquista di un qualcosa che può essere anche affascinante e dal sapore esotico, ma che quasi sempre si rivela anche, come si dice in inglese, “too hot to handle”. 

Per capirci meglio, torniamo sulla Roma che, probabilmente, dopo gli insuccessi di quest’anno, dovrà essere completamente rifondata. Nuovo allenatore (Sarri) nuovi almeno dieci giocatori, in attesa poi di capire il destino dei casi alla “Zaniolo” che sono un problema separato. Per fare tutto questo Friedkin dovrà metterci ancora degli altri soldi, tanti, se vorrà rimanere in odore di zona Champions, potendo sì contare sugli incassi che quest’anno sono mancati, ma anche non potendo prevedere nulla nel prossimo futuro che possa far salire in maniera importante il valore del club.

Lo stadio è una chimera che se andrà bene diventerà una realtà non prima di dieci anni, i proventi dei diritti TV si è visto quest’anno che difficilmente saliranno (al contrario di ciò che succede in America per tutte le discipline pro e di college), altri introiti (esclusi quelli Uefa da eventuali Coppe) se siete bravi a trovarli, mandatemi una mail. Morale, Mr. Friendkin avrebbe messo a rischio quasi un quarto del suo intero capitale privato per vedere l’effetto che fa sedersi in tribuna con suo figlio e soffrire per qualcosa che non credo abbia nel sangue? Bah, difficile davvero crederci.

Ovvio che sono soldi suoi ed è giusto che ne decida il miglior utilizzo possibile, ma almeno in futuro, si circondi di persone che, parlando la sua lingua (nel senso sportivo del termine) gli spieghino bene che Roma non è Houston e che i tifosi giallorossi sono un tantino diversi e pretenziosi di, che so, la “curva” dei Texans , che ovviamente, non esiste.

GUIDO BAGATTA
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