QUESTO SITO NON RAPPRESENTA UNA TESTATA GIORNALISTICA IN QUANTO VIENE AGGIORNATO SENZA ALCUNA PERIODICITA'

L'ex Barca e City Yaya Touré è pronto ad allenare

12 GENNAIO
CALCIO/CALCIO INTERNAZIONALE

Yaya Touré ricorda i suoi migliori allenatori e i suoi tempi al Barcellona.

SPORT TODAY

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, l'ex mediano di Barcellona e Manchester City Yaya Touré racconta i suoi segreti a The Coaches’ Voice. In particolare, Touré rivela di essere pronto ad allenare una squadra, suo grande sogno dopoo aver concluso la carriera. 

Queste le sue parole:

"Quando giocavo non ho mai considerato di allenare. Volevo giocare, finire la mia carriera nel modo giusto. Ma le parole di un allenatore, che mi disse che avrei potuto allenare, sono rimaste nella mia testa, anche se non ero pronto. A Manchester, parlavo spesso con Guardiola dopo gli allenamenti di cose specifiche, di parti del gioco che amavo analizzare. Lui capiva che io capivo il gioco: io credevo di pensare al mio modo di giocare, e non che stessi pensando come un allenatore. L’ho sempre fatto, per me è stato naturale: al City, cercavamo sempre modi di migliorare. Parlavo costantemente con David Silva, con Nastri: se non riuscivamo a servire Aguero, dovevamo cambiare strada, invertire le rispettive posizioni".

Il suo vantaggio è stato avere, nel corso della sua lunga carriera, degli ottimi allenatori, che ne hanno sviluppato l'attitudine e la conoscienza tecnica del gioco:

"Mancini, Pellegrini, Guardiola. Danno una struttura, ma la comunicazione tra i giocatori è molto importante. Devi parlare in campo e lo facevo con tutti i miei compagni. Io ero sempre quello che attaccava di più centrocampo, e sapevo che li avrei potuti aiutare se non avessi perso facilmente la palla, così come loro avrebbero potuto aiutare me recuperandola velocemente. Ci siamo aiutati: io rallentavo gli avversari pressando, loro cercavano di anticipare i passaggi che mi avevano superato. Quando è arrivato De Bruyne, cercavamo soltanto di renderlo felice: mi ha detto dove voleva la palla, e io ho cercato di aiutarlo a migliorare".

Per ultimo un aneddoto che risale ai tempi di Barcellona:

"Siamo tutti diversi. Se non parli, non riesci a far rendere i tuoi compagni al meglio. Penso che derivi anche dalla mia educazione in Costa d’Avorio: da bambino giocavo con i miei amici per strada, poi un allenatore di nome Jean-Marc Guillou mi ha portato nella ASEC Mimosas Academy e mi ha fatto capire la differenza tra un dilettante e un professionista. Lì ho imparato a lavorare duramente, ma ho anche fatto tantissime domande: volevo capire cosa fare e perché dovevo farlo. Quando sono arrivato in Europa, al Beveren, ero inizialmente spaventato. Ero molto magro, quasi piccolo, e tutti gli altri mi sembravano enormi. È stato soltanto al City che ho trovato la mia posizione migliore. Ho giocato da centrale al Barcellona, ma al City, da box-to-box, mi sono trovato alla perfezione. E Pellegrini mi ha dato responsabilità: dopo Kompany, il capitano ero io".

Yaya Touré

Getty ImagesYaya Touré

NOTIZIE CORRELATE