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La luce in fondo al tunnel. E' quella vista da Hubert Hurkacz dopo sei ko consecutivi, ovvero dal successo di Miami, quando in finale battè l’amico, compagno di allenamento e occasionalmente di doppio Jannik Sinner fino alla semifinale di Wimbledon.
“Tutti attraversano periodi brutti - commenta coach Craig Boyton, già ex di Courier, Isner e Fish -. Di solito quello che succede è che torni alle basi e semplifichi le cose. Poi una cosa alla volta tutto va al suo posto e torni dove pensavi di poter essere. Succede sempre nello sport e nel tennis. Sta succedendo con Hubi: gioca bene, vede bene il campo e ovviamente serve bene”.
Fisicamente è un colosso: è alto 196 cm, è destro, ha rovescio a due mani (un po’ alla Murray), pochi punti deboli e un servizio potente. Sono quasi tre anni che è in continua ascesa nel ranking ATP, e adesso con la semifinale di Wimbledon, dopo aver battuto nei quarti il suo idolo Federer, è già certo di diventare numero 11 del mondo. E contro Berrettini - che ha battuto nell’unico precedente sul cemento di Miami nel 2019 - vuole diventare il primo polacco dell’era open in finale a Wimbledon.
A Wimbledon ha già aliminato un altro italiano, ovvero Musetti al primo turno, poi Marcos Giron e Alexander Bublik (senza mai perdere il servizio nella prima settimana, concedendo solo 4 palle break in 3 partite), poi Medvedev (n. 2 del mondo, l’unico in grado di strappargli due set) e infine, Federer.
“L’amore dello sport me l’ha dato la mia famiglia. Penso che mi abbia aiutato molto”. Hubi ha praticato anche ginnastica, basket e calcio. E ha scalato le classifiche contravvenendo a una delle leggi del tennis: “Lo confesso, è vero, spesso chiudo gli occhi quando colpisco la palla. In effetti, probabilmente ho sempre giocato così, so che a volte potrebbe aiutarmi tenerli aperti. Ci lavorerò”.

Getty ImagesHubert Hurkacz