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Dalla mascherina al Coronavirus: la battaglia più difficile di Aicardi

Il campione di pallanuoto racconta anche le preoccupazioni per i parenti: "Viviamo tutti insieme, in Nazionale rompevo a tutti".

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Matteo Aicardi è uno dei più grandi campioni contemporanei della pallanuoto italiana. Sette scudetti con la Pro Recco nella sua personale bacheca, due ori mondiali, l'argento olimpico a Londra 2012 e il bronzo a Rio de Janeiro 2016. Dove entrò nell'immaginario collettivo per aver disputato l'intero torneo con il naso fratturato e una protezione sul volto. Diventando il Cavaliere Mascherato dello sport italiano. La sua battaglia più difficile è arrivata però quattro anni dopo, nel 2020, contro il Coronavirus.

Una storia che finalmente sta volgendo per il meglio, come il centroboa di Finale Ligure ha voluto raccontare in un'intervista a cuore aperto concessa al 'Secolo XIX'. "Sono a casa, mi sto allenando", ha raccontato al quotidiano ligure, tradendo una voce ancora piuttosto affannata. Anche perché resistono dei problemi logistici da risolvere.

"In famiglia viviamo tutti insieme in una grande casa. Per sicurezza abbiamo dovuto trovare una soluzione alternativa", ha infatti spiegato Aicardi. Che è stato ricoverato per 12 giorni ad Albenga ma, una volta messo alle spalle la fase più difficile, è tornato a pensare alle persone a lui più care.

E dire che la sua vicenda personale è stata tutt'altro che semplice: "Ho avuto la febbre alta per due giorni. E, appena ho visto il termometro, ho chiamato Siracusa, dov'erano in ritiro i compagni della Nazionale. Fortunatamente i tamponi erano negativi. Non l'ho preso l'11 il virus, ormai la storia è nota. Ma inizialmente leggere che ero io l'untore mi ha dato molto fastidio".

Quindi Aicardi ha ricostruito il suo calvario personale: "Il 7 luglio mattina ho preso il volo dalla Sicilia per rientrare, ho un problema alla spalla sinistra che volevo approfondire. La sera ero stanco del viaggio, non sono uscito. Il giorno dopo ho fatto la risonanza, poi ho chiamato gli amici. 'Andiamo a mangiare il sushi, vieni?'. E sono andato, sono arrivato anche in ritardo. Dopo 4 giorni mi è venuta la febbre".

"Quella sera sono entrato nel locale con la mascherina, l'ho rimessa per andare a pagare. Se vado in bagno la metto. In Nazionale rompevo le scatole a tutti con l'attenzione", ci tiene comunque a sottolineare. E ora è il momento di un ritrovato ottimismo, senza mai abbandonare la cautela di chi il Coronavirus l'ha conosciuto per davvero.

"Stezza, Luongo, il mio compagno di stanza che mi abbraccia per scherzo quando si sveglia e io lo scaccio", spiega infatti. "Seriamente, il terrorismo non ha senso. Tornerò a mangiare sushi di cui sono ghiotto. Tornerò in quel locale, poveretti anche loro", è la conclusione di Aicardi.

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