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NBA, applausi per Chris Paul

2 LUGLIO
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Dopo 16 anni, prime Finals NBA per CP3, asso dei Suns.

GUIDO BAGATTA

Nel campionato che ci sta consegnando i playoffs più sorprendenti di sempre, un nome sta uscendo su tutti, quello di Chris Paul. Intendiamoci, non stiamo parlando di un giocatore che nessuno si aspettava potesse esprimersi ad altissimi livelli (11 All star game bastano a ricordarcelo), però comunque di uno che, fino ad oggi, per una serie di motivi di diversa forma ed identità, non era mai arrivato al summit (meritato) della sua carriera. In queste ore Paul ha raggiunto la sua prima finale NBA dopo 16 anni di onoratissima carriera che, però non gli avevano mai dato il gusto di potersi giocare tutto, fino in fondo.

Da quando, nel 2005, Chris è arrivato nella lega, ha da subito lasciato il segno con gli allora Hornets, mettendosi immediatamente in mostra per le sue qualità che, allora, sembravano davvero moderne ed al passo coi tempi ed invece oggi, se lo guardate giocare “isolato”, per prima cosa, fanno subito pensare di quanto più lento vada lui, rispetto agli ultimi arrivati nel club delle star. Paul, all’apparenza, non sembra velocissimo, non è un gran saltatore e non ha neppure un rilascio fulmineo sul tiro da fuori. Se ci aggiungiamo anche che il suo “step back” impallidisce di fronte a quello di un Lillard o di un Curry, avremmo probabilmente concluso un ritratto di un ottimo giocatore che, magari 10 anni fa poteva anche essere una superstar, ma che oggi, fa fatica a star dietro a “quelli nuovi”.

Ed invece, è tutto il contrario di quanto sopra e le tre serie di playoffs che hanno portato Phoenix in finale sono li a dimostrarlo. La sua prima dote è sempre stata quella di andare magnificamente al ferro, partendo da un “cross over” che tutti pensano di poter fermare e che invece batte praticamente chiunque. Poco dopo arriva il suo “mid range” in sospensione, magari su una gamba sola, un tipo di tiro che sembrava perso negli archivi della pallacanestro e che invece grazie soprattutto a lui è tornato recentemente in prima pagina. Poco più sotto, troviamo i suoi passaggi sia dal palleggio che dalla penetrazione con relativo scarico: anche questi, a prima vista, sembrerebbero lenti e facilmente comprensibili ed invece arrivano praticamente sempre all’obbiettivo. Insomma, Chris Paul sta arrivando a 36 anni, alla sua vera e propria consacrazione, dopo aver fatto molto bene con gli Hornets, aver fatto sognare per sei stagioni un pubblico assopito come quello dei Clippers (che l’altra sera ha comunque voluto ringraziare, dopo aver eliminato la sua ex squadra) aver sfiorato una finale con i Rockets (mancata da Houston proprio per un suo infortunio in gara 5 della serie con Golden state) ed aver provato il purgatorio con Oklahoma City.

Chi conosce bene Paul o ci ha giocato a fianco nei Thunder come Danilo Gallinari, ritiene che sia stata proprio la “punizione” dello scambio con Westbrook ad aver innescato “l’ultimo miglio” della sua carriera. Passare da stella di una squadra da titolo (seppur in coabitazione con James Harden) ad “anziano” in un club in piena ricostruzione, non deve essere stato facile, eppure Chris ha continuato per la sua strada portando addirittura OKC ai playoffs 2020 nella bolla di Orlando. Ecco, proprio in quei giorni, il suo gioco è salito ancora di quello che gli mancava per fare davvero la differenza, ed oggi lo stiamo vedendo a tal punto che, anche quando non è in campo (come nelle due prime partite con i Clips) i suoi compagni continuano a giocare come se lui fosse comunque li in mezzo, a dettare ugualmente il ritmo.

GUIDO BAGATTA
Chris Paul

Getty ImagesChris Paul

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